Il reparto specializzato risponde a quanto riportato oggi dal settimanale. Si era parlato di un accordo col più diffuso dei social network per poter spiare arbitrariamente i profili degli utenti.
Esistenza di un patto segreto traPolizia Postale italiana e il più diffuso dei social network per poter spiare arbitrariamente, senza il consenso dellamagistratura, qualsiasi pagina creata dagli utenti della penisola. La notizia clamorosa, appena annunciata dall’Espresso, con un articolo firmato GiorgioFlorian in cui si parlava di un accordo sottoscritto dai dirigenti del reparto specializzato e Facebook, è stata prontamente smentita dalla Polizia.MA QUALI SPIE? – “Figuriamoci se la polizia si mette a spiare i navigatori di Facebook – ha fatto sapere il direttore centrale della Polizia Postale Antonio Apruzzese – Quando la polizia postale o altri organi (carabinieri, GdF ecc ecc.) nel condurre una indagine si trovano ad intercettare comunicazioni su Facebook, si muovono sempre con l’autorizzazione della magistratura. Anche perche’ nel caso contrario tutto ciò che si fa non avrebbe alcun valore processuale. Anzi se violassimo la rete senza autorizzazione della magistratura commetteremmo un reato penale“. L’Espresso aveva raccontato di un viaggio negli States dei dirigenti italiani del reparto della Polizia accusato di voler bypassare l’autorità giudiziaria. “Si sono recati a palo Alto, in California – si leggeva nel pezzo intitolato “La polizia ci spia su Facebook” – e hanno strappato, primi in Europa, un patto di collaborazione che prevede la possibilità di attivare una serie infinita di controlli sulle pagine del social network senza dover presentare una richiesta della magistratura e attendere i tempi necessari per una rogatoria internazionale“.
VIETATO SBIRCIARE – Il settimanale, che riporta anche confessioni anonime di “ufficiale dei Carabinieri”, di ”un investigatore milanese” e di una non meglio identificata fonte della Polizia delle comunicazioni, aveva parlato di “corsia preferenziale” che i detective digitali italiani avrebbero potuto percorrere nella loro lotta alla pedopornografia, al phishing e alle truffe telematiche. Ma la storia del passepartout capace di “aprire le porte delle nostre case virtuali senza che sia necessaria l’autorizzazione di un pubblico ministero“ viene smentita. “Ai primi di ottobre – ha spiegato Apruzzese – sono venuti in Italia, dopo lunghe trattative e contatti i responsabili di Facebook al massimo livello accompagnati anche dai loro legali e hanno illustrato le procedure per chiedere ed ottenere l’accesso alla rete per vicende di polizia giudiziaria e, soprattutto per quali casi, in base alla legislazione anglosassone, si possono concedere le autorizzazioni. Hanno spiegato punto su punto, abbiamo stilato le linee guida e girato le direttive a tutti gli organismi di polizia italiana“. Per gli utenti italiani, insomma, niente paura. La privacy non sarà violata. I 400 agenti della direzione investigativa della polizia postale non potranno liberamente sbirciare e registrare i quasi 17 milioni di profili di casa nostra.?E’ vero che l’autorizzazione potrà essere richiesta solo nel caso di reati contro la persona, il patrimonio, suicidi, omicidi e criminalità organizzata? Sarà, ma anche se il viaggio a Palo Alto è stato smentito la storia dell’ufficiale dei carabinieri che si spaccia per donna allo scopo di agganciare i sospetti è altamente credibile. E una smentita di circostanza non basta per cancellarla.
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